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Le Pertiche degli Antenati
Un suggestivo allestimento per l’intera durata del festival
Fra
terra e cielo
L’uccello č un richiamo verso il cielo e verso il volo dell’anima.
L’asta piantata in terra crea un legame con le radici
incancellabili che ogni essere umano ha con la sua terra, la sua
gente e i suoi antenati.
La suggestiva installazione con le Pertiche degli Antenati č
presente a ogni edizione di Trigallia sin dal 1999. Anche quest’anno
la riportiamo nel Parco della Pieve e come nel 2003, le pertiche
piantate nel terreno sono sormontate con gli uccelli scolpiti nel
legno da Febi della Thaut Seenia Senones.
Porre un uccello su un’asta č
una tradizione sciamanica in molte parti del mondo, simboleggia la
gente di una patria tribale, č l’insegna militare dei suoi
guerrieri e trasmette forza alla terra sacra a cui le anime della
tribů fanno ritorno.
Nella Cisalpina questo tipo di installazione č storicamente
documentato sin dai tempi dei Longobardi.
Antiche tradizioni delle
nostre terre
Per i Longobardi queste pertiche erano un simbolo carico di valori
nazionali, le utilizzavano come insegna militare. L’uccello su
un’asta era un “totem tribale” simbolo di una terra d’origine e di
una tribů d’appartenenza. Allo stesso modo i Celti, che vissero
nei nostri luoghi molto prima dei Longobardi, innalzavano un
cinghiale sulle loro insegne. Questo animale era un importante
simbolo tribale: rappresentava il Protettore supremo della tribů
ed era insieme emblema di coraggio guerriero e di forza suprema
dell’anima, potere spirituale.
Trigallia ha adottato l’antica
tradizione longobarda per la carica profonda che contiene, molto
vicina al modo di sentire e allo spirito celtico. Al festival
l’installazione č prevista nel grande prato dietro il Cerchio
delle Sfide e a fianco dell’area prevista per la
grande battaglia
campale fra Galli Boi e Senoni.
Puoi individuare la zona con Pertiche degli Antenati nel
Virtual
Tour di Trigallia, č la numero 20.
La tradizione delle Pertiche č
un richiamo ancestrale che si riflette anche ai giorni nostri, lo
racconta in un articolo
Celtica 37.
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