
VIDEOCLIP: intervista a Roberto DeRiu, coordinatore
del gruppo di archeologia sperimentale che ha realizzato il
progetto della fornace.

FOTO 1 La struttura in canniccio

FOTO 2 alla strutta in canniccio vengono apposti
strati di copertura argillosa...

FOTO 3 particolare della cupola e della camera di
cottura...

FOTO 4 il forno è terminato e i pezzi crudi sono
pronti per essere introdotti nel forno... |
Gesti Ritrovati a
Trigallia
Da martedì 21 e fino a domenica 26 giugno abbiamo visto come
nasce e funziona un laboratorio celtico specializzato in
ceramiche durante la seconda Età del Ferro. L’installazione
dell’antica fornace celtica e il suo impiego per la cottura è
stata portata al festival dal ‘clan’ di archeologia
sperimentale “Gesti
Ritrovati”.
Allineato al forno sperimentale funzionante è stato riprodotto
un secondo forno, volutamente ‘incompiuto’, in modo da
evidenziare materiali e fasi di costruzione: fossa di
fondazione, intelaiature di vimini, strati di copertura
argillosa, spessori e così via. Tra le due fornaci c’era una
buca per l’estrazione e la preparazione dell’argilla.
La tradizione dei Celti
La principale caratteristica di questi forni è la presenza di
due focolari, contrapposti a una camera di cottura centrale.
Il vasellame viene introdotto attraverso un vano apposito,
sigillato poco prima della fase di cottura.
Il forno bifocolare rappresenta il sistema più avanzato e
complesso concepito dalla tradizione costruttiva celtica; con
la sua particolarità esprime l’estremo tentativo del ceramista
di ottenere, nella camera di cottura, condizioni più omogenee
rispetto al forno dotato di un fuoco solo.
I riscontri archeologici attestano la diffusione di queste
strutture in particolare nella Francia sud-occidentale (Sissach,
Barbezieux…) dal Periodo lateniano medio (270-250 a.C.)
all’età augustea (I sec. d.C.); in questa regione si consolidò
una tradizione artigianale locale molto forte, attestata dal
ritrovamento di decine di fornaci caratterizzate da varianti
locali.
Il forno trigallico
Il “forno trigallico” è stato costruito in tempi brevissimi,
circa 3 giorni. Perciò non ha potuto beneficiare di vantaggi
tecnici evidenti in forni utilizzati più volte, ma la sua
‘antica efficienza’ è stata dimostrata comunque dalla qualità
delle ceramiche prodotte, cotte a temperature elevate (fino a
1006°). Sorprendente la consistenza assunta dalla fornace a
fine cottura, soprattutto in rapporto allo spessore, ancora
sottile, della copertura (circa cm 6). Questa solidità,
raggiunta dopo la cottura, è il primo fattore che può
garantire, con semplici interventi di manutenzione, un uso
sistematico dell’impianto.
Si potrà cuocere ancora?
Certamente. La possibilità di riutilizzazione del “forno
trigallico” è provata da un’altra fornace-prototipo realizzata
da “Gesti Ritrovati” a Faenza (RA), presso il podere Magnana;
la struttura è stata impiegata sistematicamente per testare le
tecniche di costruzione e il funzionamento nel corso di visite
guidate, stage e dimostrazioni. Finora quel forno ha
affrontato dieci cotture, insieme a interventi di manutenzione
e potenziamento che hanno portato lo spessore della copertura
a cm 18 circa (il triplo di quella “trigallica”); queste
operazioni ottimizzano anche le condizioni d’isolamento e, di
conseguenza, la quantità di legna impiegata. |