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TRIGALLIA 2005
Osteria “Arbustum Gallicum”
Tutti i giorni: la mescita di “vino delle sabbie” prodotto nel
Delta
C’è
la mescita e anche la bottiglia
Durante le nove giornate di festival, all’interno del villaggio
è stato in funzione l’Osteria “Arbustum Gallicum”.
Alla mescita si poteva assaggiare il vino omonimo, prodotto da
vigneti locali che crescono nelle dune sabbiose del Delta. I “vini
delle sabbie” sono quelli tipici della cucina ferrarese.
Per chi lo desiderava, all’Osteria è stato possibile acquistare anche la
bottiglia prodotta dall’Associazione
Culturale Celtica Trigallia. Il vino “Arbustum Gallicum”,
imbottigliato dalla
Bottega del
Vino di Giorgio Mariotti di Argenta, è riconoscibile grazie
all’inconfondibile etichetta con l’immagine del Gaulois, il Gallo
francese (una particolare dedica di Trigallia ai cugini
transalpini).
Se vuoi conoscere la storia dei “vini delle sabbie”, entra nel
sito della Bottega del Vino e clicca su
Notizie Storiche.
La storia dell’Arbustum
Gallicum: dagli Etruschi ai Celti
A proposito di vino… molti appassionati sanno che alle feste
celtiche è molto diffuso l’idromiele, ma non dimentichiamo che il
vino per i Celti era una grande passione e lo consideravano un
nettare divino. Lo amavano a tal punto che, secondo la leggenda,
dall’Europa del nord, sarebbero scesi in Gallia Cisalpina proprio
per vivere nella meravigliosa terra dove si produceva questa
squisitezza.
Sentite che cosa scrive Luigi Stadera: «Oltralpe i Celti conoscono
la birra, ma sono attratti dal vino: le fonti antiche addebitano
agli Etruschi e ai loro traffici la responsabilità delle invasioni
galliche. In effetti, la favola dei Celti scesi in Italia sulle
orme di Bacco sottolinea da una parte l’aggressività dei loro
guerrieri in stato d’ebbrezza e dall’altra il primato della
bevanda negli scambi commerciali. Gli Etruschi non sono
esportatori soltanto di vino, ma anche di vitigni e sono l’anello
di congiunzione fra viticoltura mediterranea e viticoltura
cisalpina.
Mentre in Grecia e nella Magna Grecia si usa il ceppo basso,
nell’Italia centro-settentrionale predomina il cosiddetto
“arbustum gallicum”, cioè la potatura con tralcio maritato a un
albero tutore. Bisogna chiarire che il “gallicum” si riferisce
alla Cisalpina, perché il Celti d’Oltralpe, come si è detto, non
conoscono la vite.
In Etruria e in Traspadana le piante vive più usate come sostegno
della vite sono l’acero, il pioppo e l’olmo.
La produzione registra un incremento sempre più alto, così che
Polibio nel 150 a.C. può segnalare il basso costo del vino
padano.»
(testo tratto da “La tradizione a pezzi” di Luigi Stadera,
Editrice
Compositori).
La
botte grande come una casa
Proprio i Galli fanno conoscere ai Romani la botte in legno, che
pian piano sostituirà definitivamente le anfore e altri
contenitori grazie alla sua maggiore capienza e resistenza durante
il trasporto via terra sui carri.
Ancora Luigi Stadera: «In ambito mediterraneo prevale la
terracotta, in particolare l’anfora, detta appunto vinaria; nel
Nord, mentre abbondano i piccoli recipienti in argilla,
scarseggiano le grandi anfore, che anzi diventano la prova
dell’importazione di vino dal Sud.
I Romani usano per il vino contenitori in argilla (come le anfore
vinarie), mentre al Nord prevalgono quelli in legno.
La deperibilità del legno si oppone al ritrovamento archeologico,
ma l’uso della botte è confermato da fonti iconografiche, storiche
e linguistiche.
Le raffigurazioni sepolcrali mostrano diversi tipi di contenitori
lignei; vari autori (per esempio Cesare nel “De Bello Gallico”) ne
assicurano la consuetudine in area transalpina e cisalpina.
D’altronde, l’uso di contenitori a doghe di legno è attestato in
Cisalpina prima da Erodoto e poi da Cesare.»
Da parte sua, il geografo e storico greco Strabone racconta che
nella Cisalpina il vino viene conservato in botti grandi come
case.
Così, all’interno del villaggio di Trigallia 2005, proprio una
gigantesca botte segnalava l’ubicazione dell’Osteria “Arbustum Gallicum”. Nel
Virtual Tour l’Osteria è la numero 5.
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